Libero arbitrio (ma anche no) |4

Previously on “Libero arbitrio (ma anche no)”

  • Se quello descritto nei primi episodi della saga può descrivere, a torto o a ragione, il problema del libero arbitrio a partire da un presunto “funzionamento” (o meglio, una parte del) dell’individuo/soggetto, quali sono le implicazioni a livello morale ed etico, ed eventualmente politico ed economico?
  • Solitamente qui il pensiero s’arena nelle sabbie della responsabilità (se è come dite  che senso ha che io sia punito per?) o s’infrange contro lo scoglio dell’impotenza (se è come dite che senso ha che io mi dia da fare per?) che di fatto sono due facce della medesima moneta: quella fiat.

escher-soldiers.jpgLasciando da parte la questione del parallelismo tra la moneta fiat e la volontà fiat sollevato nella puntata precedente, e prima di addentrarci nella sabbie dell’etica, proviamo a cambiare prospettiva sulla cosa isolando alcune variabili: piacere, volere e agire; strutturale e non strutturale; incondizionato e condizionato; razionale e non razionale…

Primo scenario: sia il piacere, che il volere e l’agire sono strutturalmente incondizionati. Ciò significa (o meglio, significherebbe) che, per natura, si sia razionalmente artefici del nostro piacere, volere e agire. Detto in modo brutale: decido IO (razionalmente, ergo liberamente, in maniera incondizionata appunto) ciò che mi piace, quello che voglio e come agire per ottenerlo (o non agire per non ottenerlo, il che non ne altera il concetto); decido IO se e quando mi piace il formaggio, decido IO se e quando voglio mangiare formaggio, decido IO se e come agire rispetto al formaggio (si badi, strutturalmente, ovvero in assenza di vincoli esterni: è chiaro che non posso mangiare formaggio se sono legato ad una sedia).

Secondo scenario: il piacere è strutturalmente condizionato, ma il volere e l’agire sono strutturalmente incondizionati. Ciò significa (o meglio, significherebbe) che, per natura, si sia irrazionalmente artefici del nostro piacere (di fatto, siamo pur sempre noi, intesi come individui, a volere), ma razionalmente artefici del nostro volere e agire. Detto in modo brutale: non decido IO (razionalmente, ergo liberamente, in maniera incondizionata appunto) ciò che mi piace o ciò che voglio, ma decido IO come agire per ottenerlo (o non agire per non ottenerlo, il che non ne altera il concetto); non decido IO se e quando mi piace il formaggio, ma decido IO se e quando voglio mangiare formaggio, e decido IO se e come agire rispetto al formaggio (si badi, strutturalmente, ovvero in assenza di vincoli esterni: è chiaro che non posso mangiare formaggio se sono legato ad una sedia).

Terzo scenario: il piacere e il volere sono strutturalmente condizionati, ma l’agire è strutturalmente incondizionato. Ciò significa (o meglio, significherebbe) che, per natura, si sia irrazionalmente artefici del nostro piacere (di fatto, siamo pur sempre noi, intesi come individui, a volere) e del nostro volere (di fatto, siamo pur sempre noi, intesi come individui, a volere), ma razionalmente artefici del nostro agire. Detto in modo brutale: non decido IO (razionalmente, ergo liberamente, in maniera incondizionata appunto) ciò che mi piace, non decido IO quello che voglio ma decido IO come agire per ottenerlo (o non agire per non ottenerlo, il che non ne altera il concetto); non decido IO se e quando mi piace il formaggio, non decido IO se e quando voglio mangiare formaggio, ma decido IO se e come agire rispetto al formaggio (si badi, strutturalmente, ovvero in assenza di vincoli esterni: è chiaro che non posso mangiare formaggio se sono legato ad una sedia).

Quarto scenario: sia il piacere, che il volere e l’agire sono strutturalmente condizionati. Ciò significa (o meglio, significherebbe) che, per natura, si sia irrazionalmente artefici del nostro piacere, volere e agire. Detto in modo brutale: non decido IO (razionalmente, ergo liberamente, in maniera incondizionata appunto) né ciò che mi piace, né quello che voglio né come agire per ottenerlo (o non agire per non ottenerlo, il che non ne altera il concetto); non decido IO se e quando mi piace il formaggio, non decido IO se e quando voglio mangiare formaggio, non decido IO se e come agire rispetto al formaggio (indipendentemente dall’assenza di vincoli esterni: pur non essendo legato ad una sedia non sono IO razionalmente a decidere come organizzare il mio comportamento per realizzare la mia volontà di mangiare il formaggio).

Prima di annegare nei vari scenari, ci si conceda un paio di precisazioni che gioveranno alla causa…

Per quanto riguarda il rapporto tra razionalità, incondizionato ed IO, si dirà che, in linea di principio, con IO intendiamo quel che potremo anche definire con soggetto, l’IO cosciente, il dominio della (reale o presunta) ragione incondizionata (ed ecco il motivo del connubio tra i termini razionale e incondizionato), ergo la facoltà di connettere ed elaborare le informazioni (leggasi, cambiamenti di stato) che si presentano (di qui il nome “presente”) alla coscienza. Connettere questi dati, siano essi percepiti (cambiamenti di stato esteriori all’individuo) o sentiti (cambiamenti di stato interiore dell’individuo), ricordati o immaginati, ricade nel dominio della ragione, la cui funzione potrebbe essere descritta come quella di ottimizzare l’esistenza dell’individuo in virtù appunto del suo essere soggetto, ovvero a valle rispetto ad esempio al suo volere (che integra tutto il pacchetto emotivo, parte appunto dei cambiamenti di stato interiore a monte).

Riprendendo gli scenari di cui sopra, la domanda sembra dunque stagliarsi come figura sullo sfondo: può darsi un qualcosa di strutturalmente incondizionato? Esiste LA ragione?

Se a livello delle variabili del piacere e del volere questa sembra non avere alcuna cittadinanza (suvvia, nessun sano di mente può veramente anche lontanamente pensare di avere alcuna autorità sul proprio piacere, inteso come ciò che gli piace o schifa, o sul proprio volere, inteso come ciò che vuole o desidera…), a livello dell’agire la cosa si complica. Potremo dire che mentre piacere e volere sono per così dire pre-soggettive, dunque si appellano ad uno strato dell’individuo pre-razionale, l’agire chiama a sé una dimensione soggettiva, la qual cosa riapre la porta alla ragione.

Si chiami in causa la strana coppia, problema-soluzione. Si postuli che l’agire (soluzione) abbia sempre la sua causa, direttamente o indirettamente in un volere (problema). Utilizziamo qui volere in senso ampio: volere pisciare quando si deve, volere schivare un pugno quando arriva, volere uscire da una situazione frustrante, volere mangiare del formaggio. Detto in altre parole, il problema è sempre individuale, ergo pre-soggettivo. Il  problema “si presenta” appunto (presenta sé stesso al soggetto in quanto problema dell’individuo – anche laddove il problema possa sembrare squisitamente soggettivo), il soggetto ne diviene cosciente, deve (a seconda della soglia d’intensità) risolverlo. La soluzione è tendenzialmente sempre soggettiva (escludendo alcune forme di reazione meramente istintiva, forse). Qui entra in gioco la ragione: appellandosi ad essa (plausibilmente in virtù del connubio memoria-immaginazione) il soggetto possibilizza, crea soluzioni possibili, crea scenari futuri. In questo senso la ragione è LA ragione, strutturalmente incondizionata (libera, di associare elementi).

Ma la ragione non è ancora l’azione, il possibile non è ancora il reale, lo scenario futuro non è ancora SCELTO. Esageriamo con il maiuscolo perché questo è il punto (e si gioca a cavallo tra il terzo e il quarto scenario): non è LA ragione ad agire, o meglio a scegliere l’azione, ma il ruolo della ragione è quelle di costruire la soluzione, creare il possibile, costruire gli scenari futuri. C’è un incondizionato, un dominio della ragione, un territorio dove il soggetto, almeno in linea di principio, è incondizionato: non è quello della scelta, ma quella della costruzione del possibile, delle alternative, degli scenari futuri. La scelta non è una questione soggettiva, ma torna ad essere una questione individuale, post-soggettiva in questo caso (posto che questo termine è incorretto, lo si utilizza solo per agevolare la comprensione cronologica della presa di decisione: è incorretto perché è lecito ipotizzare che lo stesso post-soggettivo si incarni nell’individuo per divenire un nuovo pre-soggettivo).

Il possibile non ha un’esistenza reale ma solamente virtuale (come scenario futuro immaginato dal soggetto). La ragione esaurisce il suo potere partorendolo. La ragione non sceglie. Il possibile si incarna nell’individuo (per questo si è parlato di post-soggettivo), si appella appunto a tutta la struttura individuale pre-soggettiva che lo polarizza (eventualmente creando nuovi problemi), lo carica di senso, lo ripresenta alla coscienza polarizzato e appunto caricato di senso, e se questo raggiunge una certa soglia – è sempre una questione di intensità, mettetevelo bene in testa – innesca l’agire per realizzare quella determina possibilità (benché soggetta a possibili revisioni ad ogni piè sospinto). Al di sotto di una certa soglia (di polarizzazione, di senso), nessuna azione viene compiuta (così come nessun cambiamento di stato rappresenta un problema), ma il trascorrere del tempo può caricare di senso alcune azioni invece (o in vece) di altre, o revisionare alcuni possibili: la regola è una ed una sola: l’azione che viene compiuta non è strutturalmente razionale (poiché si ritorna dal soggetto all’individuo che, benché ciò inneschi un loop che viene spezzato dall’azione – o dall’inazione) o razionalmente incondizionata, il che non ne altera il concetto, ma l’azione che per l’individuo ha più senso, non il possibile più ragionevole ma quello maggiormente polarizzato dal sostrato emotivo-affettivo dell’individuo.

Respira, e conta fino a credici…

Questa serie è squisitamente filosofica, dove non si fa accenno alle cripto, fatevene una ragione. Per placare la vostra criptosete potete abbeverarvi alle voci cosacomedoveperchéquando e quanto?

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