Libero arbitrio (ma anche no) |6 (season finale)

Previously on “Libero arbitrio (ma anche no)”

  • Dalle congetture di Merleau-Ponty (sempre sia lodato) agli esperimenti a cranio aperto e cronometro alla mano di Libet, passando per i Searle e i Montague, per concludere con i Damasio, non pare esserci all’orizzonte, sia esso filosofico o neuroscientifico, una soluzione convincente al problema del libero arbitrio.
  • Se da un lato non può essere che un problema di paradigma, e dall’altro l’aver adoperato i medesimi termini usati e abusati (individuo e soggetto, razionale, etc) non può che aver creato problemi all’andazzo generale del discorso, rimane giusto da mettere qualche puntino sulle i prima dei titoli di cosa…

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Non è questione qui di approfondire la distinzione tra i due layer, biologico e psicologico introdotti addietro, quanto piuttosto il perché la scelta non può essere libera (laddove come si è visto libera significa non strutturalmente condizionata – o strutturalmente incondizionata, il che non ne altera il concetto).

La scelta non può essere libera perché, se dovessimo provare a incastrare una spiegazione utilizzando una terminologia obsoleta (la distinzione tra intelletto e ragione), nel dominio della scelta…

(a) Solo ciò che è un prodotto della ragione può essere libero (strutturalmente incondizionato).

(a1) Partendo dalla plurivocità di significati che vengono loro attributi dalla tradizione, volendo distinguere tra intelletto e ragione definiamo all’intelletto la facoltà di “intuire”, presentare alla coscienza (nel senso di rendere presente, cosciente) scenari reali e possibili integrando i domini percettivi ed emotivi, della memoriae dell’immaginazione.

(a2) Definiamo ragione la facoltà di “ragionare”, analizzare e valutare coscientemente gli scenari reali e possibili nelle loro conseguenze e implicazioni presenti e future (coinvolgendo probabilmente i medesimi domini della memoria e dell’immaginazione).

(b) Le possibilità non sono un prodotto originario ed esclusivo della ragione.

(b1) In quanto prodotto originario dell’intelletto (che integra il dominio emotivo) il possibile (gli scenari possibili) è polarizzato, gode di una carica di “senso” che si presenta connessa ad esso, diviene presente alla coscienza come un certo grado di senso appunto (ogni scenario possibile gode sempre di un certo grado – eventualmente anche quando irrilevante – tra l’auspicato e il non auspicato, tra il degradante e il nobilitante, l’interessante ed il noioso, etc).

(b2) Il “ragionamento”, l’analisi e la valutazione cosciente eseguita applicando pattern conosciuti, schemi logici e mentali noti etc, ha la funzione evolutiva di ottimizzare la scelta: si ipotizza che questa manipolazione-modellazione (del possibile, agganciando nuovi elementi allo scenario oggetto del ragionamento: conseguenze possibili, etc) abbia il potere di modificare la carica di “senso”, la polarizzazione di uno scenario.

(c) La ragione può creare possibilità per derivazione (ciò sembra introdurre una sorta di libertà nella scelta, ma si tratta di una libertà illusoria).

(c1) La manipolazione-modellazione da parte della ragione pare introdurre una sorta di libertà, nella misura in cui la scelta di uno scenario possibile non è più automatica (in un tempo x agisco per favorire uno scenario piuttosto che un altro semplicemente realizzando “automaticamente” la possibilità maggiormente polarizzata – il futuro che ha più senso) ma mediata dal ragionamento.

(c2) Le possibilità ragionate mantengono comunque una loro polarità strutturale, sebbene la manipolazione possa alterarne, quando non invertirne, la carica o il senso.

(c3) La scelta (o azione, il che non ne altera il concetto) non si può comunque dire libera, poiché indipendentemente dalla mediazione introdotta dal ragionamento, essa, in un tempo determinato, è necessitata alla possibilità maggiormente polarizzata.

(c4) La condizione per l’introduzione di un grado di libertà dovrebbe essere garantita se, per assurdo, il soggetto razionale potesse predeterminare l’azione, ergo ragionare fino a convincersi in quanto individuo completo [ma la situazione non è del tipo “ragioniamo finché non ci convinciamo che quella possibilità in particolare – predeterminata – è migliore delle altre” (il che prevedrebbe una finalità ma garantirebbe appunto libertà), quanto piuttosto del tipo “ragioniamo perché non siamo abbastanza convinti su differenti possibilità finché non arriviamo a una soglia di convinzione verso l’una piuttosto che l’altra”].

(d) La scelta non è un prodotto della ragione: non è incondizionata ma condizionata, in un determinato tempo, alla possibilità maggiormente polarizzata, più carica di “senso”.

(d1) La scelta, per quanto si eserciti tra possibilità ragionate, ponderate e analizzate nelle loro conseguenze e implicazioni, coinvolge non solo il soggetto (layer psicologico) ma l’individuo intero (layer biologico + psicologico).

(d2) Ancora una volta, la ragione può eventualmente orientare, al limite invertire una carica di “senso”, giungendo con ciò ad alterare il comportamento, essa può consigliare ma non ha potere di scelta.

(e) La scelta non è incondizionata, prodotto del mero soggetto razionale, ma scaturisce e coinvolge l’individuo nella sua interessa.

(e1) Appellandoci ancora una volta a termini obsoleti appartenenti a paradigmi inefficienti, quali individuo e soggetto, con essi si indica la medesima realtà colta in due fasi differenti: la fase pre-soggettiva e pre-razionale (layer biologico) e la fase soggettiva ad essa complementare (layer psicologico).

(e2) Sotto questo rispetto, è una questione di presenza: il possibile si presenta al soggetto come ciò che può essere oggetto di scelta. E’ chiaro che il possibile qui inteso non è quello espresso dal concetto di “non-impossibile logica” quanto si avvicina molto ai concetti di potenziale e virtuale. Il possibile non è un qualcosa che viene percepito, o meglio, diviene intelligibile (“intellettato”) in maniera asettica, come appunto la non-impossibilità logica che l’individuo sia coinvolto in un’occorrenza piuttosto che un’altra. Il possibile diviene intellegibile come affettivamente potenziale: come ciò che causerà tristezza o gioia (si veda sopra: degradante-nobilitante, etc), come reale incipiente, ergo appunto sempre polarizzato. Ogni scenario possibile di piacere si ripercuote già nel presente, così come ogni scenario possibile di tristezza: ogni possibile umiliazione è già da ora depotenziamento dell’essere individuo.

(e3) Ogni possibilità è differenziale: introduce una differenza nell’esistenza, e questa differenza diventa intellegibile immediatamente (senza mediazione della ragione) come carica affettiva. Ancora una volta, la possibilità percepita è differenziale, portatrice di differenza (eventualmente anche dopo la mediazione della ragione), e questa differenza è ciò che viene espresso attraverso la polarizzazione.

e4) Riprendendo l’argomento caro all’intellettualismo etico, in virtù del quale chi conosce il bene non può esimersi dal realizzarlo, si dirà che, sotto questo rispetto, una volta a conoscenza del carico affettivo non si può che realizzare un futuro possibile in vece di un altro (a partire dal nostro essere in toto, personalità e carattere, etc). La conoscenza del bene, da questa prospettiva, non può che essere periferica (e non a caso il bene in questo caso ricalca le dinamiche di attribuzione del valore economico).

(f) La scelta (l’azione) si basa su soglie: in base alla determinazione temporale, è lecito supporre che essa si attivi superata una certa soglia di “senso”, una certa carica, un livello di “good enough” in un determinato tempo.

(f1) E’ lecito ipotizzare che più la scelta (l’azione) è ravvicinata, intuitiva (istintiva), minore sia il tempo di esercitazione della ragione, dunque la manipolazione – modellazione (da parte della ragione) del futuro possibile.

(f2) In alcuni comportamenti istintivi, come schivare un pericolo imminente, con buona probabilità la ragione viene completamente o quasi esclusa, lasciando lo spazio al mero istinto.

(f3) In altri casi, dove invece il futuro possibile è cronologicamente più lontano dalla realizzazione, il potere della ragione agisce in maniera molto più efficace in termini di manipolazione del possibile (gli scenari futuri immaginati).

f4) In nessun caso è lecito supporre una predominanza totale della ragione, ergo una libertà della scelta, poiché anche ipotizzando una manipolazione potente del senso, questo è sempre figlio di un sostrato pre-razionale, che coinvolge l’individuo nella sua interezza.

(f5) Ergo, al di là di ogni compatibilismo, viene introdotta nel sistema una sorta di libertà, o meglio un qualche grado di razionalità, ma questo ancora una volta, implica che:

(f5.1) la razionalità è introdotta tramite la modellazione delle possibilità divenute intellegibili come scenari possibili inerenti al proprio avvenire;

(f5.2) la scelta non è comunque incondizionata, dunque libera, ma condizionata comunque al possibile, in un determinato tempo, con la maggior carica di “senso”.

Ora un paio di questioni aperte.

Se la nostra non è una posizione compatibilista, non può che escludere esclude la libertà di scelta. Succede, quando ci si trova sul bordo del proprio sapere, ai margini del proprio pensiero, di fare gran baccano (tipo produrre cinque episodi deliranti) per sostenere alla fine un qualcosa di semplice: non è possibile scegliere liberamente tra differenti possibilità, ma in alcuni casi è possibile ragionare su ciascuna possibilità (e ciò non significa che si sia liberi di ragionare, o meglio, liberi di scegliere di ragionare), senza che ciò implichi necessariamente che un’azione che realizza una possibilità ragionata sia “migliore” (è semplicemente in linea di principio più armonica rispetto alla storia naturale e culturale dell’individuo).

Un breve intermezzo, giusto per centrare il tema, che qualche anno fa sollevò un “vespaio” (per quello che si può sollevare a livello di saggistica in Italia, dove un testo fortunato a livello nazionale arriva forse al mezzo migliaio di copie), come nel caso del fisiologo Piergiorgo Strata, sul quale testo (2013) scrissero: “Apprenderete, ad esempio, come la decisione di leggerlo non l’avete presa voi, ma la vostra macchina cerebrale, qualche secondo prima che la coscienza intervenisse nel processo. Libero arbitrio addio, l’io cosciente sarebbe più un notaio che certifica i fatti quando sono già accaduti (anche se poi si attribuisce ingiustamente la scelta) che non uno stratega. La valanga è appena partita: se non c’è possibilità di scegliere sarebbe logico dire addio anche un pilastro della nostra società come il sistema giudiziario, che considera gli individui responsabili e li giudica nei tribunali” (Claudio Gallo, La Stampa, 09.10.2014).

Il nostro è stato chiaramente un approccio filosofico alla questione, in alcuni frangenti anche piuttosto naive e incoerente, che ha messo in luce però, analizzando il sapere di scienziati e scientisti quel tanto o quel poco che occorreva per capire che, in fin dei conti, finché non si guadagna un cambio di paradigma si finirà sempre per combattere una stupida guerra di posizione basata in ultimo più sulle credenze personali che sui dati effettivi (posto che sui medesimi dati neurologici se ne sentono di ogni…). L’appello alla meccanica quantistica per salvare il salvabile, ovvero il mantenimento di un determinismo naturale a livello macroscopico con l’inserimento di una componente di indeterminismo a livello microscopico, sembra un altro chiaro segnale che i paradigmi neuroscientifici, così come quelli filosofici, non godono di gran salute.

(g) Nonostante l’unica libertà possibile sia quella interna all’esercizio del ragionamento, ciò non significa che sia possibile scegliere liberamente di ragionare.

(g1) Il ragionamento è parte del dominio dell’azione: ragionare è agire.

(g2) In quanto azione il ragionare ricalca il medesimo pattern: è necessaria una soglia di attivazione, una certa carica di “senso” o, il che non ne altera il concetto, un certo grado di polarizzazione per scegliere di ragionare.

(g3) Il ragionare, al pari di ogni altra azione, è universo affettivo in potenza: quando la mera possibilità (non realmente esistente ma solo logicamente – poiché non esiste mai una mera possibilità senza alcuna polarità) diviene potenzialità polarizzandosi – guadagnando esistenza reale in quanto potenzialità e modificando quindi radicalmente la coppia possibile-reale in potenziale-attuale (entrambi reali) – e si impone agli altri universi affettivi in potenza nel medesimo tempo determinato, ecco che il ragionamento viene “scelto” come soluzione.

(h) Una scelta ragionata non è necessariamente migliore.

(h1) La scelta ragionata è semplicemente una possibilità analizzata nelle sue conseguenze e valutata nelle sue implicazioni: non c’è alcuna garanzia che sia “migliore”.

(h2) Sarebbe carino congetturare sul concetto di “migliore”. Qual è la scelta migliore? Quella che massimizza il godimento dell’individuo nel lungo periodo? Quella che ottimizza le risorse nel risolvere il problema individuale che ha presentato al soggetto quel tipo di azione in quanto soluzione possibile?

(h3) La scelta, sia essa ragionata niente, poco o tanto, è semplicemente ciò che è percepito dall’individuo nella sua interezza, ovvero nella complementarità tra individuo e soggetto (naturale e culturale) come ciò che in un determinato tempo è “good enough” per risolvere un determinato problema.

(h4) Il problema è genetico del possibile (o meglio del potenziale adoperando la terminologia acquisita, certamente più corretta): il problema è sempre un problema dell’individuo nella sua interezza e presenta sempre al soggetto i possibili polarizzati, ergo i potenziali (scenari futuri) come possibili soluzioni.

(h5) Nel momento in cui parlare di possibile perde il suo senso poiché si è compreso che letteralmente non può esservi niente di irreale (fuori dal reale, però niente di possibile inteso come “logicamente non impossibile”) ma che la realtà è definita dalla coppia potenza-atto (o virtuale-attuale, nella versione bergson-deleuziana corretta) diviene chiaro che niente poteva essere diverso da quello che è stato.

(i) E allora, che cosa rimane? La conoscenza e l’altro…

(i1) Maggiore è la conoscenza del quale disponiamo, e mai come in questo caso vale il detto che la pratica conta più della grammatica, maggiore è la probabilità che le nostre azioni siano più approfonditamente analizzate nelle loro conseguenze e valutate nelle loro implicazioni.

(i2) L’esperienza dell’altro, condivisa o percepita, è esperienza al quale partecipiamo in parte, laddove l’empatia gioca un ruolo fondamentale, essa diviene conoscenza nostra. Un’esperienza forte, come assistere ad una violenza ai danni di una persona cara (ad esempio da parte di un’istituzione) può polarizzare in maniera importante le nostre scelte future.

(i3) “Conosci te stesso”: il vecchio ma sempre attuale motto greco: ancor più perché le scelte non sono un prodotto della ragione, essa sono interamente nostre, sono scelte nostre in quanto individui completi (e non in quanto meri soggetti razionali): ogni singola scelta ci dice chi siamo. Contrariamente a quanto viene sostenuto dalla vulgata di psicologini e consiglieri, noi non sbagliamo a scegliere, noi siamo sbagliati (in un determinato tempo e sotto determinati aspetti, e finché non acquisiamo necessaria conoscenza capace di polarizzare le nostre scelte, in primis quella di ragionare).

(i4) Spinozianamente: maggiore è l’utilizzo della ragione, più alta è la probabilità che le nostre scelte ottimizzino le risorse e massimizzino il godimento nella risoluzione dei problemi che le hanno generate, più alta è la possibilità che l’utilizzo della ragione carichi di senso sé stesso come soluzione primaria del problema, innescando un circolo virtuoso.

(i5) Informare e formare: condividere le proprie esperienze e il proprio sapere (in maniera empatica) in-formando gli altri individui, oltre a migliorare le loro esistenze tende statisticamente (per crescente probabilità di utilizzo della ragione, vedi sopra) a migliorare l’esistenza della società: questo è il ruolo fondamentale della pedagogia. Ma questo è il ruolo della cultura tutta…

TITOLI DI CODA

E quelle belle implicazioni etico-morali promesse qualche capitolo addietro e ora lasciate alla pisciata finale di fine stagione, che occorrerebbe dunque ripensare daccapo il concetto di responsabilità per come è intesa nella nostra società occidentale basata appunto sulla volontà fiat. Mica pizza e fica. Uno ad uno cadrebbero i bastioni della colpa e della punizione, non in assoluto ma per come sono intese qui e ora et labora: è colpevole il violento che eroga violenza sul prossimo? Sì, nel senso che è l’individuo (il mezzo quasi si direbbe) attraverso il quale la violenza si esercita recando danno ad un altro individuo. No, nel senso che l’atto di violenza non è deliberato (de-libero-arbitrato, nemmeno quando in tutto e per tutto sembra tale). Il violento, nel caso in oggetto, non poteva fare altrimenti: in quel preciso stadio della sua evoluzione, che intreccia tutta la storia dell’essere in un pasticciaccio di gaddiana memoria, il suo campo di possibilità era polarizzato in modo tale che l’atto di violenza era necessario. Ribadisco: in un pasticciaccio di gaddiana memoria vuole dire che, per dirla con un più pop Dirk Gently, everything is connected! Non poteva andare diversamente. L’individuo è colpevole? Sì e no.

Questa storiella vale ovviamente tanto per gli atti violenti che per quelli eroici, quanto per le gesta cotidiane, l’adesione al rituale dell’abituale nel quale sguazziamo a ogni piè sospinto.

L’atto di violenza poteva essere evitato se i due soggetti coinvolti, aggressore e vittima, avessero goduto di una storia naturale e culturale differente, di una genetica e di un’educazione differente, e così via. Ma, al darsi del preciso contesto nel preciso momento, niente poteva essere diverso. Questa la forza del reale: è necessario, è attualizzazione di un potenziale. E’ determinantesi, non predeterminato. Vittima e carnefice sono solamente dei tramiti in cui tutta la storia dell’essere si incarna, tutta la genetica e l’educazione di tutto il genere umano fino a quel preciso momento della storia.

Il carnefice deve essere punito? Difficile a dirsi: significherebbe punire una parte dell’essere che, a partire dalla sua storia, in quel contesto non poteva agire diversamente. Potrebbe avere senso rinchiudere quel ramo dell’essere che abbia mostrato attitudine ad agire contro la sua specie. Ma potrebbe avere il medesimo senso farlo di chi schiaccia una mosca.

E se questo vale anche nel cotidiano, quale libertà d’azione rimane? Nessuna, se per questa si intende la capacità di volere fare del male o del bene: agiamo per necessità. Non per quello che incondizionatamente vogliamo, ma per quello che siamo. Non possiamo volere ciò che vogliamo, o dirci buoni o cattivi perché decidiamo di fare del bene piuttosto che del male: siamo buoni o cattivi in quanto risultato di una storia naturale e culturale (con ciò da intendersi come genetica e pedagogica), in quanto artefici di una volontà condizionata, buona o cattiva. Nessuno può scegliere di essere buono o cattivo, pigro o attivo: se qualche soggetto si trovasse a masturbarsi su una scelta del genere ciò significherebbe che il potenziale di attivazione della ragione ha già innescato il ragionamento, che per il soggetto ha senso riflettere su una questione siffatta, sviscerarla in virtù di tutta la conoscenza di cui dispone finché una scelta non si imporrà ad esso. Good enough, motherfuckers.

Ed ecco il punto, dulcis in fundo: sostenere l’esistenza della volontà fiat ci mantiene saldamente ancorati alle dinamiche della colpa.

(l) La volontà fiat ci mantiene ancorati alle dinamiche della colpa.

(l1) Con volontà fiat si intende un concetto di volontà creata al nulla, strutturalmente incondizionata, ergo libera.

(l2) Quello di volontà è un concetto confuso: se da un lato definisce ciò che il soggetto vuole, dall’altro trova nel libero arbitrio il suo naturale complemento. Il soggetto liberamente vuole (diciamo banalmente agire bene o male) e liberamente decide di agire a favore o contro la sua stessa volontà.

(l3) Pensare di poter liberamente volere, e grazie al libero arbitrio liberamente erogare la propria volontà (al di là di limiti non strutturali, ergo esterni), ci pone in caso di fallimento nella posizione di “colpa”, non abbiamo “voluto” dar retta agli altri (quando in realtà non “potevamo”, non ne avevamo la potenza, letteralmente) dunque dobbiamo biasimare noi stessi, ed eventualmente pagarne le conseguenze. E tutta questa merda è culturale, per quanto la cultura sia un prodotto naturale.

(l4) E’ il guaio di tutto quello che è calato dall’alto: credere che la volontà possa essere creata dal nulla e non sia un processo storico ci inchioda appunto alla dinamica della colpa, ci pone in un contesto dove la realtà è distorta. Credere che la legge possa essere creata dal nulla (positivismo giuridico, creazione della legge dal nulla come erogazione della volontà del legislatore) e non sia un processo storico (a determinare cosa è legge e cosa non può esserlo, cosa è autorevole e cosa è meramente volontà fiat dell’autorità pro tempore) ci inchioda alla mercé del legislatore, ci pone in un contesto dove la realtà è distorta (le leggi razziali erano appunto leggi, perfettamente legali). Credere che la moneta possa essere creata dal nulla (moneta fiat, per l’appunto) e non sia un processo storico (a determinare cosa è moneta e cosa non lo è, e quanto vale) ci inchioda alla mercé dei manipolatori monetari, ci pone in un contesto dove la realtà è distorta.

Capite ora il perché dell’allaccio tra criptovaluta e filosofia?

Thank you for the great season, fuckers.

9 pensieri riguardo “Libero arbitrio (ma anche no) |6 (season finale)

  1. Libero arbitrio e libertà di scelta non esistono. Il pensiero che noi percepiamo a livello cosciente è solo l’ultimo atto di un processo che nasce spontaneamente a livello inconscio un attimo prima che noi ne prendiamo coscienza. Non siamo noi a decidere i nostri pensieri. E’ il cervello che crea autonomamente i pensieri e regola l’attività mentale, compreso quel pensiero che definiamo atto di volontà che sarebbe alla base del libero arbitrio. Ma anche la volontà (come pure la ragione e l’atto del “ragionare”) è un pensiero che nasce spontaneamente. E’ il risultato dell’interazione di miliardi di informazioni presenti nel cervello che si combinano e dalla loro unione nascono le idee, le intuizioni e quel pensiero che chiamiamo “volontà”. Ma anche la volontà è un pensiero involontario. Quindi la volontà, intesa come atto libero di scelta, non esiste; è solo un’illusione, uno scherzo della mente. Ergo, non esiste nemmeno il libero arbitrio, né la libertà di scelta. Purtroppo questa verità contrasta con la nostra autostima e la presunzione umana, perché cancella gran parte dei nostri presunti meriti. Questa è la mia idea da sempre, e me la tengo, scienza o non scienza.

    1. Carissimo Aòlessio ,
      ti ringrazio per la completezza del tuo season finale e di seguito ti lascio tre appunti su cui , se avrai voglia o tempo , potrai meditare . Ho corretto e completato il mio lavoro che poi tradurrò in inglese per il Convegno UNESCO di Novembre in Israele .
      Un salutone e sotto il pensiero di tre illustri personaggi
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      Libertà e l’illusione del libero arbitrio

      I rischi di non credere nel libero arbitrio

      La crescente diffusione di un atteggiamento diffidente verso la nozione di libero arbitrio, secondo Cave nel suo articolo sull’Atlantic, sta generando una conseguente crescita di popolarità delle visioni meccanicistiche della realtà, e del determinismo in genere. Viene tradizionalmente legato alla teoria del determinismo qualsiasi approccio conoscitivo che – in misure e forme differenti – tenda a credere necessaria e inevitabile una concatenazione tra tutti i fatti e tutti gli eventi. In altre parole, data l’esistenza di un certo fenomeno non potrà che prodursi inevitabilmente un secondo fenomeno come effetto necessario di quel primo fenomeno: in questo senso, non solo non esisterebbe niente di variabile o di casuale, ma non ci sarebbe neppure un fine da poter liberamente perseguire o non perseguire
      Allora mi sono ritornati in mente questi 3 Pensatori
      Saul Smilansky
      Pur essendo ragionevolmente convinto che il libero arbitrio, inteso in senso tradizionale, sia un concetto infondato, Saul Smilansky, docente di filosofia all’Università di Haifa, in Israele, sostiene che sia meglio vivere con l’“illusione” che esista qualcosa di simile, piuttosto che favorire la diffusione del determinismo. Secondo Smilansky, l’idea che ciascun individuo non abbia possibilità di autodeterminarsi non soltanto potrebbe creare i presupposti di una tendenza alla deresponsabilizzazione, ma annullerebbe automaticamente anche qualsiasi idea di merito individuale. Scrive Cave: Immaginiamo che io rischi la mia vita paracadutandomi in territorio nemico per portare a termine una coraggiosa missione. In seguito la gente dirà che non ho avuto scelta, che la mia impresa, per dirla come Smilansky, è stata soltanto “il dispiegamento di un dato di fatto”, e perciò difficilmente encomiabile. E così come l’eliminazione delle responsabilità eliminerebbe un ostacolo ad agire malvagiamente, l’eliminazione degli elogi eliminerebbe un incentivo a fare le cose bene.

      Bruce Waller
      Bruce Waller, docente di filosofia alla Youngstown State University, in Ohio, è tra gli studiosi che, nonostante le significative incompatibilità tra i due modelli, ritengono esista un modo di far stare insieme determinismo e libero arbitrio a patto di intendere la nostra libertà di scelta come la facoltà umana di tracciare una vasta gamma di risposte possibili di fronte a ciascun determinato stimolo in un ambiente costantemente mutevole. Che poi questi processi siano sostenuti da una serie di connessioni sinaptiche, per Waller, non è importante: è soltanto una descrizione del comportamento umano su un piano differente rispetto a quella che include la nozione di libero arbitrio.

      Libero Pensiero ed Esoterismo (questo lo faccio un po’ più lungo perché è molto vicino al mio )
      La libera e spontanea elaborazione del pensiero, infatti, pur criticando e rielaborando senza sosta le sue stesse ideazioni, non può cadere mai in errore, essendo alla continua ricerca del vero. Se tale è la via della ricerca, la spontaneità e l’originalità del pensiero potrà portare da una verità ad un’altra che diviene, a sua volta, oggetto di rielaborazione e quindi di superamento da parte di un’altra verità, appunto, superiore.

      Da ciò l’esigenza di comprendere ed esaminare tutte le verità elaborate dal pensiero, ripensandole criticamente. Da ciò deriva ancora un’altra esigenza: quella della assoluta e illimitata libertà di esercizio del pensiero, svincolato dalla imposizione di dogmi e preconcetti propri o, peggio, altrui. Nessuno può quindi ritenersi depositario della “verità” nè potrà comunicarla ad altri con precetti o formule. La verità eterna, simboleggiata nel Tempio dal “Triangolo sacro” o “Delta”, si rivela all’uomo soltanto nell’intimo della sua coscienza come “Luce” del suo “libero pensiero” e costituirà guida nel cammino da percorrere nello spazio ideale delimitato dai tre vertici del triangolo che simboleggiano la Libertà, l’Uguaglianza e la Fraternità.
      Già per gli antichi Greci e Romani, dalla cui cultura parte tutta la nostra, di cultura (!), onorarono questo alto concetto con la creazione di vocaboli fonicamente e semanticamente importanti e grandiosi: eleutheria in greco e libertas in latino. Ma per quelle grandi civiltà, la libertà riguardava quasi esclusivamente la condizione di un ristretto gruppo di uomini (maschi), cioè i cittadini liberi, e perciò era intesa soprattutto da un punto di vista politico: l’uomo libero (il non-schiavo e il non-donna: questo naturalmente è uno dei limiti di quelle grandi civiltà) possedeva l’esclusività del diritto di esprimersi liberamente durante le assemblee politiche e durante le riunioni pubbliche. Il peso della libertà antica, dunque, era eminentemente ‘sociale’, ma anche al limite del ‘settario’, perché si realizzava solo per una piccola parte della popolazione. Infatti, negli antichi auctores (i grandi scrittori dell’Antichità), queste due parole sono soprattutto utilizzate all’interno di orazioni e trattazioni politiche.

      Con l’affermarsi della religione cristiana, sorse anche il concetto di ‘libero arbitrio’, un concetto che, nella forma del suo rovesciamento, il determinismo, in verità già era al centro dello Stoicismo

      Sostanzialmente, la cultura cristiana identifica la libertà con il libero arbitrio; in realtà le due idee non sono la stessa cosa. Il libero arbitrio riguarda infatti la possibilità che ha l’uomo di scegliere quale azione compiere: riguarda insomma la libertà ‘pratica’ e solo questa, ed è per questo che è sorta con il Cristianesimo, che aveva la necessità di spiegare come mai un Dio onnipotente e onnisciente dia all’uomo la possibilità di scegliere tra bene e male (l’uomo deve scegliere perché così potrà essere giudicato da Dio in base alle sue consapevoli azioni). Con la Rivoluzione francese, quell’enorme e totale rovesciamento del ‘mondo’ umano che è alla base degli aspetti – belli e brutti – della contemporaneità, si afferma un nuovo concetto di ‘libertà’, totalmente laico e (almeno in teoria) universale. di diritti e doveri, come la libertà di stampa, la libertà di parola, la libertà di pensiero, e più tardi la libertà di sciopero e di manifestare in modo pacifico il proprio dissenso politico eccetera eccetera……..

      1. Ho la sensazione che la difficoltà di intendersi e tentare di conciliare libero arbitrio e determinismo, sia dovuta al fatto che bisognerebbe prima trovare una definizione corretta e condivisa del termine “libertà di pensiero e libero arbitrio”. E che questa definizione non sia proprio molto facile. Forse si confonde la libertà di pensiero con la sensazione di essere liberi di pensare. Sono cose diverse. Il fatto che io pensi di essere libero di pensare non significa che la mia mente abbia questa libertà. Potrebbe non averla, ma lasciarmi l’illusione che la creazione del pensiero dipenda dalla mia volontà. Ma anche la volontà è un pensiero. Quindi il problema non è il pensiero, ma l’atto di volontà che genera il pensiero. Ovvero, l’atto di volontà è libero o no?

      2. Concordo in toto. Il delirio dei capitoli precedenti era per cercare di sollevare un mezzo polverone esattamente su questo, prova a frugarci, dovresti trovarci qualcosa, specialmente nel quarto e nel quinto, che risponde alla tua domanda.

      3. Carissimo Alessio buongiorno ,
        ho dato una scorsa e come al solito devo trovare il tempo e la mente sgombra per poterti “Leggere” .
        Pertanto sarà mia cura vedere durante le vacanze estive come mi hai risposto .
        Un caro saluto
        Romeo

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